Le Fiabe: un Viaggio Simbolico per Crescere

Età evolutiva, Prima infanzia

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Nell’era degli schermi e dei giochi digitali, le fiabe restano uno degli strumenti più potenti per accompagnare i bambini nella crescita. Con la loro semplicità solo apparente, i racconti della tradizione popolare parlano direttamente all’inconscio infantile, aiutando a nominare emozioni, elaborare paure, e dare forma al Sé in costruzione.

Le fiabe come specchio dell’anima

Una fiaba inizia sempre “c’era una volta”, in un tempo sospeso, senza date, e in un luogo lontano ma familiare. Questo spazio “vuoto” permette al bambino di proiettare liberamente sé stesso nella storia. Ogni personaggio rappresenta una parte del suo mondo interno: la principessa abbandonata, l’eroe coraggioso, il lupo minaccioso, la fata salvifica.

Nel leggere o ascoltare una fiaba, il bambino vive un’esperienza trasformativa: esplora conflitti emotivi profondi (come la paura di perdere i genitori, l’invidia verso i fratelli, il desiderio di crescere) ma in una forma simbolica e protetta, accessibile alla sua mente immaginativa.

 Le figure femminili: ombra e luce della madre

Una delle funzioni fondamentali della fiaba è aiutare il bambino a rappresentare l’ambivalenza del legame materno. Fin dai primi mesi di vita, la madre è vissuta come onnipotente, indispensabile, ma anche potenzialmente pericolosa o frustrante. Nella fiaba, questa ambivalenza prende forma nei diversi personaggi femminili:

La matrigna

Figura fredda, invidiosa, castrante: rappresenta la madre “cattiva”, che non accoglie né protegge, ma limita e ferisce. Attraverso la matrigna, il bambino può esprimere rabbia e ostilità verso il materno senza colpa, proiettandole su un personaggio esterno.

La sorellastra

Simboleggia la competizione fraterna e l’invidia: non è malvagia per natura, ma viene manipolata dalla madre. È il lato infantile che resta legato alla dipendenza, che non osa differenziarsi. Il bambino, identificandosi nella protagonista buona, prende le distanze da questa parte di sé che non vuole crescere.

La strega

Più della matrigna, la strega è l’incarnazione della maternità distruttiva. Blocca l’evoluzione del protagonista, lo imprigiona, lo riduce a uno stato infantile. È una madre totalizzante che ingloba e impedisce l’individuazione. Ma ogni strega può essere sconfitta, a simboleggiare che è possibile uscire da un legame simbiotico troppo stretto.

La vecchietta e la fata

Sono le “madri buone”, rassicuranti e senza secondi fini. La vecchietta è saggia, accogliente, non pretende nulla in cambio. La fata è ancora più potente: interviene nei momenti critici, scioglie incantesimi, guarisce. Sono figure ideali che sostengono la crescita senza trattenere, e che aiutano il bambino a fidarsi di un femminile generativo, non distruttivo.

Il padre nelle fiabe: presenza, assenza e conflitto

La figura paterna nelle fiabe è spesso ambivalente:

  • A volte assente, incapace di proteggere il figlio dalla matrigna o dalla strega.
  • Altre volte autoritaria e intransigente, ostacola i desideri e l’autonomia del figlio (come nei padri che impediscono un matrimonio o impongono una missione impossibile).

Queste immagini rispecchiano le due polarità del simbolico paterno:

  • Da un lato, un padre debole e collusivo, che non interrompe la simbiosi madre-bambino.
  • Dall’altro, un padre rigido, che non lascia spazio al desiderio.

In entrambi i casi, si tratta di ostacoli da superare. E il bambino, attraverso la storia, impara a elaborare il conflitto edipico: a distaccarsi da un legame simbiotico e a identificarsi in un padre non più persecutorio, ma guida autorevole.

Lo stregone: il maschile distruttivo

Controparte della strega, lo stregone è il simbolo del maschile violento, aggressivo, fallico. Non seduce: penetra, invade, uccide. Nelle fiabe, rappresenta il lato oscuro della legge, dell’autorità e del potere.

Ma anche in questo caso, il protagonista – spesso con l’aiuto di astuzia e magia buona – riesce a sconfiggerlo, rappacificandosi con l’idea di un maschile non più ostile, ma integrabile.

Perché leggere fiabe ai bambini?

Le fiabe parlano la lingua delle emozioni. Senza spiegarle razionalmente, le mettono in scena, aiutando il bambino a sentirle, riconoscerle, nominarle.

Lontane dalla vita reale, ma vicinissime al vissuto interno, le fiabe consentono di vivere il pericolo senza esserne travolti. Le streghe fanno paura, ma si possono sconfiggere. Il bosco è buio, ma si può attraversare.

Grazie alla loro struttura semplice e ripetitiva, le fiabe potenziano linguaggio, attenzione e memoria. Ma anche favoriscono l’interiorizzazione di valori fondamentali: il bene trionfa sul male, l’onestà viene premiata, l’inganno punito.

La fiaba è un laboratorio immaginativo dove il bambino può proiettare e rielaborare esperienze interiori complesse, come il distacco, la colpa, l’invidia, l’identità sessuale.

Come proporre le fiabe ai bambini

  • Leggi con loro: la voce dell’adulto crea un legame affettivo e rassicurante.
  • Non spiegare troppo: lascia che il bambino costruisca da solo il significato, secondo il suo vissuto.
  • Racconta fiabe classiche: sono le più ricche di archetipi simbolici.
  • Ripeti: i bambini amano riascoltare la stessa fiaba: serve a interiorizzarla e “digerirla” emotivamente.
  • Usa la fiaba anche nei momenti critici: separazioni, paure notturne, gelosia tra fratelli… ogni evento ha una fiaba che può “parlare” al bambino più di mille parole.

Ogni fiaba racconta una storia, ma rappresenta un viaggio interiore. Un viaggio fatto di distacchi, prove, alleati magici, nemici da affrontare, e infine un ritorno a casa con un’identità nuova.

Il “lieto fine” delle fiabe non è una fantasia irrealistica: è la metafora della possibilità di crescere, di superare il dolore, di fare pace con le parti buone e cattive di sé. Un messaggio universale, antico e modernissimo. Per questo motivo, raccontare fiabe ai bambini non è solo una coccola serale, ma un atto di cura psichica profonda.

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